Atlandide

scritto da Fringuello
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il mito, secondo me, non so chi sia arrivato primo.
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Testo: Atlandide
di Fringuello

ATLANTIDE

La notte venne, e non seguì l’alba. Nel villaggio tutti a chiedersi perché e terrorizzati.

Dov’è andato il sole che fa crescere il grano, cosa mangeremo?

La primavera , l’estate, non più stagioni.

Gianni il cieco, sembrava l’unico tranquillo. Cosa faremo quando sarà finito l’olio delle lampade, e la legna per il fuoco? Si domandavano gli altri.

Poi erano sparite pure le stelle, non c’era più la luna, tutti per strada camminavano con una fiaccola.

Solo il tempo dava pochi istanti di luce, infatti pioveva, pioveva, e i lampi facevano il loro lavoro.

Le api moriranno, addio cera per i nostri lumi, noi , noi tutti moriremo presto se non torna il sole.

Dio è adirato con noi, questa sola è la spiegazione: è la fine del mondo.

Ma le miniere di carbone erano vicine, le foreste sarebbero durate a lungo per il fuoco degli uomini e così le miniere, a tutto c’è rimedio diceva Emanuele, il più saggio del paese.

È logico statemi a sentire, la terra ha smesso di girare, ma dall’altro lato del mondo c’è il sole, qui è solo notte, là è solo giorno.

Si tratta di adeguarsi, continuare a lavorare, produrre cose che si possano scambiare con la gente del giorno, alla quale non manca ne grano ne frutta.

Aggiungerei il vino , disse Gianni, il quale trincava spesso e volentieri.

A lume di candele si misero a fabbricare delle belle navi, che potessero stivare parecchio, poi le misero in mare e le caricarono d’ogni prodotto da scambiare coi popoli del sole.

Emanuele disse ai marinai- entro un anno dovrete tornare, perché per allora avremo finito tutte le scorte.

Fortunatamente la bussola funzionava ancora, ma senza stelle e senza visuale parte delle navi affondò su scogli o si arenò su secche.

Le navi che restarono, andando verso est, dopo quattro mesi contati sulle clessidre, che non c’era più giorni ma una sola notte nera, videro i primi bagliori , poi una luce accecante.

Il saggio aveva avuto ragione erano arrivati al giorno.

Le navi s’erano tenute in contatto, così approdarono tutte allo stesso porto del sud-est.

Il signore di quel regno era un uomo buono, e accolse la “gente bianca” con la massima ospitalità.

L’ammiraglio della flotta, aiutandosi con gesti e disegni spiegò al re che erano venuti a commerciare, perché nel paese della notte mancavano i viveri.

Abbiamo oro-disse- poi argento, perle, carbone, anfore, orologi, sedie, ferro,rame, tutto quello che gli artigiani possono produrre, libri, vestiti….

Queste cose le produce anche il popolo nero, disse il re, anche se, devo dire, con questo caldo bestiale che non dà tregua, in minor misura di prima.

Noi non vogliamo denaro, disse l’ammiraglio, vogliamo grano, vino, riso, fagioli,orzo…viveri che reggano al viaggio e poche altre cose che si fanno solo grazie al sole.

Il re a quel punto si fece più attento-abbiamo quattro raccolti all’anno, i nostri granai scoppiano, la cosa mi interessa, disse.

Ripartirono così con le stive piene, e dopo altri quattro mesi approdarono alle rive natie.

La felicità del popolo era alle stelle.

I marinai festeggiati come eroi riabbracciarono le famiglie, e la sera nel porto si fece gran festa, con spreco di luci.

Dopo un mese di calma il clima si fece glaciale, e la cosa durava… il mare si ghiacciò e non era più navigabile, è cambiato l’asse terrestre- disse il solito Emanuele- quel che era all’equatore è ora ai poli.

Ora non possiamo più commerciare per mare, cosa ci resta da fare, disse il popolo.

Il saggio chiese un “giorno” per pensarci,l’indomani avrebbero avuto la soluzione, che stessero tranquilli.

La “notte” il saggio vegliava, dunque il sole adesso sorgerà a nord , quindi è buono tutto ciò che sta prossimo all’equatore,quello nuovo, anzi c’è più terra utile di prima, eccettuata la zona buia.

Quindi lontani dal buio e verso il nuovo equatore, non per mare ma per via di terra, non ci resta che migrare.

La “mattina” dunque il popolo ebbe la risposta.

Quindi tutti prepararono carriaggi, misero sopra le cose indispensabili e andarono verso la terra promessa.

Dopo tre mesi di viaggio arrivarono alla”terra buona”. Per un anno coltivarono, raccolsero e cacciarono, il posto non era malaccio, sperarono che gli sconvolgimenti fossero finiti.

Ma non dovevano passare altri tre mesi che il clima si fece insopportabilmente caldo, le galline facevano le uova sode, era meglio non uscire di casa poiché l’insolazione ti faceva secco.

Nel municipio del villaggio si aprì la discussione, tutto il popolo presente.

Come sempre parlò il saggio- il sole s’è avvicinato alla terra, disse, queste lande sono diventate inospitali.

Io penso che vi siano delle zone temperate a ridosso dei poli, disse, e ancora una volta il popolo le raggiunse.

Non tardò ad arrivare una grande alluvione poiché i poli s’erano sciolti, ora tutto il popolo era sulle navi della flotta e non sapeva dove andare.

Il saggio ancora una volta parlò, e disse- vi devono essere degli altopiani qua e là, li dobbiamo cercare.

I viveri cominciarono a scarseggiare, quando venne avvistata terra.

Era il tanto agognato altopiano-questa è davvero la terra promessa disse il popolo, grazie all’altezza il clima è temperato, potremo coltivare.

S’inerpicarono sulla cima e per anni ed anni prosperarono, fino a che…

Un brutto giorno si accorsero che il mare saliva, saliva- è la subsidenza disse il saggio, i continenti si abbassano, giorno dopo giorno.

Il popolo ancora una volta chiese al saggio di pensare il da farsi, il saggio chiese tempo.

Per il giorno concordato, il popolo pendeva dalle sue labbra, il vecchio sapeva che era la fine, e che non c’era soluzione.

Il popolo era muto, il saggio taceva, poi disse , -possibile che con tutte le traversie che abbiamo passato, non sia spuntato anche a voi un poco di sale nel cervello-insomma sbottò- possibile che per ogni minima cazzata che succede ci debba pensare sempre io, arrangiatevi!

Si levò alta la voce dello scemo del paese- ha ragione disse- non bisogna cambiare più posto che non ce n’è, bisogna imparare a respirare sott’acqua!

Il saggio che non c’aveva pensato, disse- ecco chi prenderà il mio posto quando non ci sarò più, tu mastro vetraio sai fare vetri robusti, tu mastro fabbro sai fare dei telai di metallo, tu mastro stagnino sai fissare tutto a tenuta.

Faremo una città sotto il mare con l’aria racchiusa da una grande cupola vetrata.

Il saggio stabilì, che vista l’intelligenza dimostrata , lo scemo del villaggio era il più adatto a progettare i lavori ed a dirigerli.

Fu nominato ufficialmente “Architetto”

Dopo tre mesi la città subacquea era abitata e fervente d’ogni attività.

Ma lo scemo del villaggio per risparmiare sui materiali, non aveva calcolato bene il punto di snervamento.

La cupola collassò, e tutti annegarono come topi, dopo poco il mondo fece quattro giri avanti e quattro indietro, il sole riprese il suo posto, pochi selvaggi scesero dalle cime dei monti e pian piano la civiltà rinacque .

Un filosofo, in riva al mare trovò una cassa galleggiante, la fece aprire dal suo schiavo, v’era tra le altre cose un libro mezzo cancellato: raccontava la storia della città sommersa scritta dallo scemo del paese, pardon, dall’Architetto…...(che aveva scritto oro anziché orzo e altri strafalcioni)…

Platone, così si chiamava il filosofo, per le sue spalle larghe, tramandò così il “mito” della città d’Atlantide.

Atlandide testo di Fringuello
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